Periodico mensile dei Padri Cappuccini e del Terz’Ordine Francescano della Provincia di Sardegna
 
 
Voce Serafica, Luglio 2015
Cultura Lavorano tra i poveri nelle periferie del mondo
di Christian Zanon

 
 


In nome del Padre, del Figlio dello Spirito Santo…», così inizia l’intervista a P. Gilson Sobreiro de Araujo, in chiesa, di fronte al tabernacolo, a San Paolo, Brasile. In Voce di Giugno scorso, nell’articolo dedicato a «Cracolandia, un quartiere dell’inferno» abbiamo scritto della Fraternità Poveri di Cristo da lui fondata. Ecco una sintesi dell’intervista:

 

P.Gilson con l'autore dell'intervista
P.Gilson con
l'autore dell'intervista

Padre Gilson, lei in 10 anni ha fondato ben 66 case d’accoglienza: penso che sia una grazia di Dio, che suscita stupore per quanto Egli continua a elargire…

Il miracolo è proprio questo, che noi cresciamo e continuiamo ad avere sempre necessità come quando abbiamo iniziato. Una cosa che sempre io ho curato, è il concetto di progresso, cioè, fare in modo che nella misura che il tempo passa, noi progrediamo fino ad arrivare a un certo periodo a non avere bisogno più di nulla né di nessuno, che non sia Dio. Il discorso quindi è questo: crescere in quantità e nelle possibilità del nostro lavoro, affinché i poveri possano essere aiutati, ma con la necessità sempre di Dio e dell’aiuto delle persone.

 

Voi aiutate i poveri, è vero, ma il vostro lavoro non è solamente questo, perché portate e trasmettete la parola di Dio. Le persone sono povere di cose, ma più spesso sono povere nello spirito.

Noi nasciamo col nome «Fraternidade o Caminho» (Fraternità il Cammino), e giustamente per tutto quello che significa il cammino. Noi pensiamo che per fare il bene non abbiamo bisogno di grandi strutture e di ricorsi economici. Il bene lo possiamo fare in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza, in qualsiasi situazione. Questo ci dà una libertà molto grande. Le persone generalmente trascorrono il tempo pensando che per lavorare con i bambini, per esempio, si ha bisogno di una struttura, per lavorare con gli anziani, si ha bisogno di una struttura, per lavorare con i tossicodipendenti si ha la necessità di una struttura, tutto alla fine ha bisogno di strutture. Fare il bene però è anche un cammino.

Per esempio, quando noi andiamo tutti i giorni nelle strade, nelle piazze, dove ci sono i poveri sotto i ponti, non abbiamo un punto fisso d’arrivo, è nel cammino, nelle differenti realtà. Allora, se c’è qualcuno fermo chiedendo cibo, noi ci fermiamo, ci sediamo, rimaniamo lì e gli diamo da mangiare e lì incominciamo una relazione. Se una persona ha la necessità di un medicinale, di una cura, è lì stesso che rimaniamo e curiamo la persona. Io penso che sia questa la maniera d’aiutare, altrimenti abbiamo difficoltà a fare la carità. Perché questo è il problema: io non posso aiutare il mondo, ma posso andare ad aiutare una persona. Una persona è importante, soprattutto se noi partiamo da Cristo! Lui dice che per un peccatore che si pente fa festa! Un povero che noi aiutiamo, è una persona, questa è la matematica del Regno.

 

Padre Gilson, ci parli delle vostre attività.

Abbiamo la missione Anawim, una pastorale di strada, la missione Dimas, una pastorale delle carceri, per adulti, donne, bambini e malati. La missione con donne in stato di prostituzione e travestiti, si chiama missione Maddalena e poi abbiamo la missione «Sede Sóbrios» («siate sobrii») con dipendenti chimici, droga e alcol. Abbiamo case d’accoglienza per persone malate di AIDS, e malati terminali, accoglienza e lavoro con le popolazioni indigene, che vivono in situazione di strada nelle grandi città. Il nostro carisma, la nostra missione sono i poveri, dove ci sono le maggiori necessità e le più grandi urgenze, è lì che noi siamo. Il nostro carisma è molto urbano, noi lavoriamo con i rifiuti delle grandi città.

Le persone vanno nelle grandi città per vedere quello che queste città sono in grado di offrire: la bellezza, la cultura, i piaceri, tutto quello che c’è di più moderno. Ma la città è come un organismo vivo, quello che lei mangia, dopo deve rigettarlo. Ecco, noi lavoriamo con i rifiuti, con l’immondezza umana, con quelli che nessuno vuole vedere.

In sostanza, il nostro carisma è questo: collocarci a servizio della Chiesa locale dove c’è il grido dei poveri, e poi, stare con i poveri. Questa è l’idea da quando abbiamo incominciato. Noi non abbiamo grandi progetti: questa è una delle mie idee fisse. La nostra opzione è di lavorare in spazi piccoli, per quanto è possibile. E qui formare delle piccole comunità d’amore, come una famiglia. Per questo noi chiamiamo le persone che accogliamo «figli prediletti», perché sono membri della nostra famiglia, partecipano alla nostra vita, mangiano quello che noi mangiamo, fanno i servizi della casa, loro sono con noi e mettono anche loro i loro doni al servizio della comunità...

 

Come si potrebbe definire la vostra congregazione?

Noi ci definiamo come una famiglia, una congregazione religiosa. È la voglia d’amare che ci dà nuove comunità, che chiamiamo famiglie religiose. Qui ci sono religiosi e religiose, sacerdoti, coppie sposate, giovani, i figli prediletti che sono i poveri, le situazioni di miseria sociale e morale, e insieme si va avanti. Se tu prendi come esempio questa nostra casa (Fratérnitas Virgem dos Pobres – Fraternità Madonna dei Poveri), c’è Antonio, che era un ragazzo di strada. Adesso è lui che va ad accogliere le persone che arrivano; Emanuele è il responsabile per le persone malate, anche lui era in situazione di strada, e si occupa delle medicine; c’è un’altra persona che è il responsabile della dispensa, anche lui arriva dalla strada, è lui che decide cosa cucinare per alimentare le persone nella casa. Un’altra persona, la stessa che uscì dalla strada ed era in stato di dipendenza chimica, è il responsabile dello screening, cioè valuta quale trattamento occorra, se uno ha una dipendenza chimica, lui lo indirizza verso la casa adeguata al suo stato e che lo possa accogliere.

Mi hanno raccontato che il comune di San Paolo paga le comunità quando riscattano i poveri dalla strada. È vera questa informazione?

Si è vero. Per ogni persona che esce da Cracolandia o dalla strada, il comune dà alla comunità 1000 reals al mese (350 euro). Ci sono delle comunità che fanno questo; questo sarebbe un servizio dello Stato, la Chiesa non può sostituire lo Stato. Noi non chiediamo di fare quello che lo Stato fa.

Lo Stato dà e fa molte opere sociali, dà lavoro, dà case, dà cliniche di recupero, ma la domanda è: «Danno Amore»? È molto differente quando un funzionario del comune arriva nelle strade o in cracolandia, o quando arriva uno di noi. È qui che c’è lo specifico, è qui che c’è la missione della Chiesa. Non possiamo accontentarci. In passato era diverso: si pensava di supplire lo stato. Ecco allora che la Chiesa aveva le sue grandi scuole, ospedali, università, infine gli orfanotrofi e gli ospizi. Ma è lo Stato che deve avere questo ruolo, il ruolo della Chiesa è diverso. Qual è il nostro ruolo? Il nostro ruolo è quello di poter dire: «Tu sei figlio di Dio», allora io credo che questo è il momento in cui il povero lascia di essere un numero, un anonimo, o altre peggiori qualifiche.

 

Come riuscite ad aiutare le persone bisognose, come arriva a voi la Provvidenza?

Le spiego con un esempio: noi abbiamo appena aperto una casa nello Stato di Santa Caterina, nella città di Florianopolis, nel sud del Brasile. È una casa che accoglie le donne, una chiesa ce l’hanno data in comodato d’uso, la casa ha solo una stanza, dove dormono le sorelle, il resto è tutto fatiscente. Quando piove, si bagna tutta la casa, piove dentro. Noi pensiamo, che se le sorelle vivono lì e incominciano a servire i poveri, non va a tardare tanto la Provvidenza, la casa sarà ristrutturata. L’aiuto arriva.

Chi sono queste persone di cui si serve la Provvidenza?

Le persone che ci aiutano sono gli stessi poveri, le famiglie povere, che lavorano, che guadagnano un salario povero. In nessun luogo dove noi abbiamo una casa nostra, sono i ricchi che ci aiutano. Noi non abbiamo benefattori in Europa, progetti d’adozione per bambini, niente di questo!

L’essere umano dentro ha quell’istinto, ha quella porzione d’immagine e somiglianza con Dio, ossia l’essere umano è buono. Quando noi arriviamo e incominciamo ad andare nelle strade, cominciamo ad accogliere le persone, e le persone ci vedono. Ieri eravamo nella piazza di «Se» (San Paolo), tagliando la barba e i capelli ai poveri, le persone si fermano, le persone domandano, vogliono capire chi siamo noi, che cosa stiamo facendo, come possono aiutare. Fare il bene mobilita le persone. È questo ciò in cui noi crediamo, per questo la mia paura come fondatore è il giorno in cui noi arriviamo a non mobilitare più la solidarietà. Alle persone piace sapere che noi dipendiamo dal loro aiuto.

 

È interessante. Quindi sono le persone povere che vi aiutano…

Noi vogliamo essere poveri, con i poveri e per i poveri. Non vogliamo solamente lavorare per i poveri, e poi avere una vita comoda. Era questo che io facevo nell’altra congregazione: io lavoravo per i poveri e quando ritornavo nella mia casa io era in una mansão (villa lussuosa, palazzo), piena di auto nel garage, il frigo bar nella stanza, il computer, il televisore al plasma. Allora io lavoravo per i poveri ma io non ero povero con loro. 

Padre, lei lavorava quindi per un’altra congregazione, sempre francescana?

No, non era una congregazione francescana. Il francescanesimo l’ho conosciuto da bambino. La verità è che noi non cercavamo il francescanesimo, noi cercavamo due cose molto importanti: la «fraternità» e la «povertà». Sono due colonne a me molto care, care al francescanesimo e a Francesco. Ma io dico sempre che le nostre missioni sono «gesuitiche», cioè centrate sulla persona di Gesù; «apostoliche», perché si vive in comunità; «samaritane», cioè comunità di servitori, che fanno il bene in qualsiasi ora, in qualsiasi momento; infine, «francescane», perché si vive nella povertà.

Questa mi pare, per la mia esperienza, una novità, una comunità che si appoggia sui poveri, è molto bello.

Quando noi arrivammo in Bolivia e aprimmo la prima casa lì, fu una grande sorpresa per tutta la chiesa e per le altre congregazioni. La Bolivia è un paese molto povero e continua a esserlo.  Molte congregazioni aprirono varie case per aiutare i poveri perché loro non hanno niente, e quando noi arrivammo in Bolivia, ci videro andare nei mercati, chiedere ai poveri, e i poveri che ci aiutavano e non ci potevano credere.

 

È un miracolo, il miracolo del pane e dei pesci, della condivisione, di ciò che si ha.

È bello questo, per me è meraviglioso. Sa quante volte i poveri della strada, quando guadagnano qualcosa, vanno a comprare cibo e ce lo portano. Chi ci sostiene sono le persone che lavorano in periferia, persone semplici, piccoli salariati, c’è gente che ci dà un real al mese (33 centesimi di euro), chi 5 reals  (1,3 euro), chi 10 reals (3, 20 euro). Poco a poco, e quando ci manca, noi andiamo nelle strade a fare la questua, a chiedere, nei semafori.

Quale percorso deve fare una persona che vuol fare parte della vostra comunità.

Abbiamo i religiosi, le religiose, i laici e le coppie sposate. Le coppie sposate, anche loro vivono con noi in questa dinamica, hanno una casa, la casa di famiglia. In alcuni casi loro lavorano con noi, ma ci sono casi di persone che lavorano fuori della fraternità, ma vivono nello stesso spazio fisico insieme a noi. Generalmente quando una coppia sposata è con noi, vivono nella loro casa, che può essere dentro della comunità o fuori.

Le famiglie mettono i soldi che guadagnano nella fraternità?

(Padre Gilson sorride) Generalmente i soldi che guadagnano servono a mala pena a sostenere la famiglia stessa. Ci aiutano e noi aiutiamo loro. Per noi è molto importante mantenere un legame con l’entità della famiglia, non vogliamo dissolvere questa bella realtà. Io ho molta paura delle dittature, del matrimonio assoluto, solo io e tu e tu e io. Ho paura di questo. Ho paura della dittatura della comunità, quando viene negata la personalità del singolo per la personalità della comunità.

 

Quindi la vostra fraternità non è fondamentalista…

È importante difendere l’individualità della persona. Io penso che per la missione non dobbiamo essere fondamentalisti, eccessivamente dottrinari. Noi lavoriamo con realtà, dove un certo tipo di mentalità, non so come spiegare questo concetto, mentalità fondamentalista, non è per questa comunità. Noi riscattiamo i poveri, gli ridiamo la dignità e gli facciamo riacquisire la loro personalità. Noi viviamo e lavoriamo con persone che erano in uno stato di tossicodipendenza, o persone che hanno ammazzato anche più di 100 persone.

Nel mondo del crimine, erano persone che risolvevano i problemi. Debiti, tradimenti, e quindi il loro ruolo era solo di eliminare, uccidere queste persone. Allora noi abbiamo tanti tipi di persone. Per esempio, lavoriamo anche con i poveri della notte. Ci sono nostre case d’accoglienza, dove le persone arrivano alle 22.00 della notte per mangiare una zuppa, ad esempio, e poi vanno nella casa di fronte e si trasformano in bionde, sono dei travestiti. Ecco il mondo in cui noi lavoriamo! Per questo non è possibile entrare in questo mondo, dicendo questo non va bene, quello è condannato, questo non è possibile.

Queste persone che hanno ucciso, vivono nel carcere o continuano a delinquere?

Queste persone vivono con noi, adesso non uccidono più, hanno lasciato il crimine.

È bello vedere come Dio perdona, a prescindere dai peccati commessi.

Quando le persone dicono: «Ma allora se sono così, lascia stare…», allora io presento la pedagogia di Gesù. Io racconto di quando Gesù incontrò l’adultera mentre tutti l’accusavano. Gesù, dice l’evangelista, scriveva per terra, allora è un’indicazione per noi: per prima cosa, davanti a qualsiasi situazione, mai meravigliarsi del peccato commesso. Mai dire, «tu hai fatto quello», «non ci posso credere», mai, mai fare così. Non bisogna perdere la calma, bisogna stare ad ascoltare. Lei, come psicoterapeuta e neuropsicologo, sa di cosa parlo. Quindi, ascoltare e mantenere la calma. Secondo punto, Gesù garantì la vita a quella donna. «Chi è senza peccato, tiri pure la prima pietra». Invece, la vita è importante, bisogna salvare la vita. La vita è sempre un dono.

Terzo punto, Gesù disse: «Donna, nessuno ti ha condannato, e neanch’io ti condanno». L’esperienza della misericordia, amare la persona nella situazione in cui lei si trova. Quarto punto, l’esigenza, non peccare più. Il problema è che molte volte noi iniziamo con l’esigenza e non vediamo gli altri passi, mantenere la calma, la tranquillità, ascoltare la persona, dire che la vita di lei è importante dipendendo da qualsiasi cosa, è preziosa, amarla, anche se non vuole cambiare e non vuole uscirne da quella situazione. E se la persona, partendo da questa esperienza, decide di fare un cammino, allora si presentano le esigenze.

Un padre si può preoccupare per un figlio, ma a volte non garantisce ciò che è più importante, garantirgli che è «amato». Quando noi garantiamo che la persona è amata, possiamo preoccuparci di lei ed esigere. Io ho molta paura di quella morale che solo si preoccupa ed esige, ma in nessun momento si sottolinea come la vita della persona è importante. È importante trasmettere alla persona che è amata e ha speranza, che alla fine di tutto lei o lui non sono soli. Noi cerchiamo di vivere questa metodologia di Gesù, in contatto con i poveri e con le persone. Per questo ovviamente ognuno deve curare i propri preconcetti.

Padre, siamo arrivati alla fine della nostra intervista. Un’ultima domanda: è possibile che delle persone, dopo aver letto questa intervista e l’articolo di Cracolandia, possano essere interessate a fare una esperienza in una vostra casa e come?

Possono contattare lei personalmente, ma anche direttamente la nostra fraternità. Colgo questo momento per ringraziarla dei suoi articoli, vorrei salutare e ringraziare particolarmente il direttore della rivista Voce Serafica, Padre Tarciso, e ovviamente l’Italia e gli italiani, sperando che un giorno possa venire nella vostra preziosa terra. (2 – Fine)

 

Christian Zanon

 

Per informazioni rivolgersi all’autore dell’articolo all’indirizzo: christianzanon@hotmail.com oppure alla fraternità di Padre Gilson all’indirizzo web: http://www.ocaminho.org.br/